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Coronavirus ed economia di guerra

Economia guerra coronavirus: le differenze

“Siamo in guerra con il coronavirus”, “Dobbiamo passare subito ad un’economia di guerra”. Nell’ultimo mese abbiamo sentito associare il coronavirus al linguaggio bellico nei dibattiti sui provvedimenti economici ma il parallelismo non è propriamente corretto.

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Economia di guerra: cosa significa

In guerra, la gente è disposta a rinunciare ai propri diritti pur di sopravvivere. La produzione aumenta convertendosi alla produzione di armi e diminuendo quella dei beni di consumo.
La corsa agli armamenti ha una precisa funzione in questo senso: crea una tensione globale e un’atmosfera di paura. Lo stato investe forza lavoro e risorse economiche nella creazione di soluzioni belliche, come se si trattasse di una sorta di investimento per una risoluzione favorevole del conflitto.
Per non produrre inflazione, normalmente si adottano forme di razionamento e controllo dei prezzi.

Coronavirus: siamo in guerra?

La situazione attuale ha alcune somiglianze con una economia di guerra, come il confinamento nelle proprie case, ma per fortuna ci sono anche grandi differenze. L’aspetto più preoccupante è che siamo in guerra con un nemico che non conosciamo, perché ci mancano i dati, il primo passo per scoprire le caratteristiche del nemico e come combatterlo.
Non ci sono le risorse economiche, né i test sufficienti per raccoglierne a sufficienza.

Se dobbiamo proprio usare un linguaggio bellico, la similitudine utilizzata da Limesonline è la più appropriata:

“Quello che sta avvenendo oggi è più simile all’esplosione di una bomba al neutrone, che lascia edifici e infrastrutture intatti ma uccide le persone. In questa crisi le persone non vengono uccise, se non dal virus, ma non possono lavorare per via delle misure prese per contenere la pandemia.”

L’emergenza creata dal coronavirus crea danni a molti livelli: sanitario, socio-politico, economico e socio-morale. Il covid-19 ha generato uno shock simmetrico che si estende a tutti i paesi del mondo molto rapidamente. Nel passato le crisi si espandevano “ad onde” con una rapidità di “contagio economico” molto minore dell’attuale.

C’è prodotto ma sono i consumatori a non acquistare e le imprese a non voler investire, oppure l’offerta complessiva è ridotta per vincoli alla produzione, c’è chi vuole comprare ma non c’è prodotto.
La maggior parte dei lavoratori colpiti appartiene al settore terziario a causa delle misure di distanziamento sociale. Considerando che ben il 70% della forza lavoro nelle economie avanzate è impiegata nel settore dei servizi, il problema è gravissimo per molti stati.

Una crisi senza precedenti

La pandemia ha scatenato una crisi molto più rapidamente che nel 1929 e nel 2008. Nelle due crisi precedenti la borsa di New York era crollata più del 50%, la liquidità era venuta meno, il reddito e l’occupazione erano sprofondati. Ma questo processo di disintegrazione dei sistemi economici impiegò tre anni per realizzarsi, mentre ora lo stesso è accaduto in poco più di un mese.

Due sono le caratteristiche del tutto nuove: la crisi riguarda tutte le economie del mondo e tutti i settori – agricoltura, industria e terziario, che già sono in uno stato di paralisi generale. Inoltre, evolve in tempi brevissimi. La velocità con cui questa crisi si sta manifestando è impressionante. Le perdite sono immense e colpiscono l’occupazione, le borse, gli investimenti, le esportazioni e i consumi in generale.
Il virus ci ha messo davanti una sfida enorme: trovare soluzioni a brevissimo termine per non morire e a breve/medio termine per non distruggere l’intera economia mondiale.

La metafora “è come la guerra” in realtà, in prospettiva, non funziona. Uno studio della Federal Reserve spiega che dalle guerre ci si risolleva molto più in fretta. Invece, analizzando le grandi epidemie, dalla Peste Nera del del Trecento, al colera dell’Ottocento alla spagnola del Novecento, i ricercatori americani hanno trovato che le conseguenze si trascinano anche per decenni. Addirittura fino a 40 anni dopo, come leggiamo su Repubblica.it, i tassi d’interesse possono restare anormalmente bassi, a segnalare la scarsa voglia di investimenti. Tuttavia, in un’economia, come quella di oggi, meno torpida e inerte di quelle del passato, questi bassi tassi di interesse possono tornar buoni: perché rendono meno costosi i massicci interventi fiscali necessari a stimolare la ripresa.

Non sappiamo ancora ci aspetta ma le ripercussioni si sentiranno per lungo tempo, anche a causa del forte clima di incertezza, accentuato ancor di più dalla crisi precedente dalla quale non eravamo ancora pienamente usciti. Sii sempre ricettivo e non farti trovare impreparato!

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