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La Terra brucia nell’indifferenza globale

Incendi su scala continentale, cambiamento climatico e temperature sempre più elevate. La sopravvivenza della specie umana è davvero in pericolo ma nonostante la Terra bruci, l’umanità resta indifferente.

La Terra brucia

Mentre scrivo queste poche righe rifletto sul futuro della razza umana. Forse sono pervaso da una vena pessimistica, ma del resto come si fa ad essere ottimisti pensando agli eventi che sono accaduti in giro per il mondo nei due mesi passati? Mi riferisco agli incendi in Alaska, in Siberia e non ultimo in Amazzonia dove sono andati distrutti interi ecosistemi, una quantità spaventosa di alberi, di specie animali, senza contare la quantità di CO2 riversata nell’atmosfera.

In Siberia è bruciato l’equivalente di metà dei boschi italiani, ben 5 milioni di ettari. Più o meno una superficie pari alla Grecia. La comunità scientifica è estremamente preoccupata: una stima di Greenpeace parla di 166 milioni di tonnellate di CO emesse dal 5 agosto 2019 ad oggi (22 agosto) nei soli incendi a Nord del Circolo Polare Artico. Per fare un paragone, sono pari alle emissioni di tutto il 2017 dal Belgio. Gli incendi in Siberia aggravano inoltre l’emergenza climatica: le fiamme che consumano intere foreste bruciano anche l’abbondante torba presente. 

La situazione in Amazzonia è ancora più critica. Il “polmone verde” del nostro pianeta brucia da inizio agosto e il governo brasiliano afferma di non aver i mezzi per contenerlo. Questi incendi sono provocati principalmente a causa della deforestazione, veicolata dalla necessità di ampliare i terreni da mettere a frutto per lo sviluppo economico delle zone circostanti. Solo recentemente, dopo le pressioni dell’Europa e con i trattati commerciali a rischio, ha schierato l’esercito.

Dalla nascita del genere umano, l’Amazzonia è stata disboscata per più del 15%. Gli scienziati affermano che se questa percentuale dovesse arrivare intorno al 25%, l’equilibrio del ciclo dell’acqua mantenuto dagli alberi non sarebbe più garantito. La conseguenza principale sarebbe l’evoluzione della regione da zona pluviale a zona savanica con evidenti conseguenze per il resto del mondo. Ricordiamoci, infatti, che oltre a trattenere miliardi di tonnellate di carbonio nella vegetazione e nel suolo, il 20% dell’ossigeno che respiriamo è prodotto proprio dalla foresta amazzonica.

Indifferenza o incapacità di comprendere?

Quello che mi amareggia di più risiede nel fatto che dai singoli cittadini, sino a giungere ai livelli più alti della comunità internazionale, leggano in maniera passiva, quasi menefreghista questi fenomeni. Forse per il fatto di esser lontani da quelle scene infernali e al riparo effimero dalle conseguenze immediate e dirette sulla nostra vita, in Italia non ho visto la preoccupazione e la proattività che dovrebbe scaturire da questo genere di eventi.

Nonostante ogni estate, nel sud Italia, in particolare in Sicilia e Calabria intere foreste e porzioni di macchia mediterranea vengono distrutte dalle fiamme, la preoccupazione per questo genere di eventi non sembra avere l’impatto che dovrebbe ad un argomento a noi così vicino.

Proprio questa lontananza non ci permette di comprendere esattamente la portata di questa catastrofe che agisce, subdola, su due versanti interconnessi: i polmoni della Terra bruciano emettendo una quantità terribile di CO2 nell’atmosfera che, al contempo, dovrebbe essere assorbita proprio da quelle foreste che sono loro malgrado causa delle emissioni. Il tutto nell’anno in cui l’attenzione alle questioni climatiche ed ecologiche ha avuto uno slancio in avanti, complice anche delle temperature più calde della storia moderna.

Siamo indifferenti o siamo incapaci di comprendere come fare la differenza? Incapaci di capire quali strumenti e quali abitudini adottare per migliorare le cose?

Il capitalismo non può più essere la bussola dell’umanità

Questa affermazione è l’unico punto sul quale fermarsi un momento a riflettere. Mentre la Terra brucia, ho letto e ascoltato sui media che non si è intervenuto nel contenimento degli incendi perché “non ci sono le risorse” oppure perché “economicamente non è conveniente”.

A questo punto mi sembra lecito chiedersi cosa significhi convenienza? Non è forse conveniente preservare la casa dove abitiamo? Non è conveniente proteggere questi sistemi vitali che garantiscono la nostra vita? È arrivato forse il momento di pensare seriamente ad un modello di sviluppo economico che coinvolga ben altre variabili oltre al mero tasso di crescita. Di questo passo siamo ben lontani dal trovare una soluzione.

Pochi giorni fa mi è capitato sott’occhio questo video del Prof. Boldrin: vi invito ad ascoltare la sua opinione poiché sottolinea un aspetto inquietante e drammatico. Quando ho letto il titolo del video ho provato un leggero fastidio: considero Greta Thunberg una figura che sta dando un contribuito rilevante per sostenere questa causa o, perlomeno, sta provando a fare qualcosa per smuovere le coscienze.

Ha sbattuto in faccia la questione climatica all’opinione pubblica che spesso relegava le argomentazioni a discorsi tra scienziati allarmisti o, ancor peggio, a cospirazioni tra hippies. Ecco, potete immaginare che quando un illustre economista dichiara che una figura di questo genere comincia a stargli “sul cazzo”, un leggero fastidio è la reazione minima.

Detto questo, ascoltando il discorso del Prof. Boldrin non posso che essere d’accordo con le sue argomentazioni, fatto salvo il discorso sul nucleare: siamo tanti, troppi e vogliamo tutti uno stile di vita che fisicamente il nostro pianeta non può sostenere. Pertanto, per mantenere questo livello di crescita, di questa smania, è imprescindibile dall’aumento ulteriore del divario tra classi sociali.

I poveri diverranno sempre più poveri (o comunque resteranno tali) mentre il mondo occidentalizzato diverrà sempre più ricco. Proprio per questo motivo è necessarie affrontare la questione climatica in maniera più sistemica, cambiando obiettivi e paradigmi, il tutto non per questioni etiche, che hanno la loro importanza, ma per questione di mera sopravvivenza.

Fonti:
thevision.com
ilbolive.unipd.it

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